Bonjour, Baudrillard1
Attilio Scarpellini
(Lettera 22, Association of
Independent Journalists)
"In ogni modo, siamo già stati
tutti morti prima di vivere,e ne siamo usciti vivi". Uno degli ultimi
maestri della french theory se ne è andato. Ci ha lasciato un patrimonio di
diffidenza verso il nuovo che avanza. Un grande libro di aforismi per resistere
all'arroganza di una virtualità che pretende di rimpiazzare il mondo. E uno
stile reso invincibile dalla seduzione più estrema, quella del pensiero” (Jean
Baudrillard).
Ora non ci saranno più i suoi libri: quelle invettive lucide, eleganti, da cui
penetrava il soffio freddo di una voce che non perdeva mai il tono del
pensiero, l’idea a suo tempo formulata da Merleau-Ponty che scrivere e pensare
fanno tuttuno. Ora, soprattutto, non ci sarà più la sua critica, radicale e
impietosa, all’oscenità di un’epoca che pretendeva di eliminare ogni scena,
ogni rappresentazione, ogni analogia, per rimpiazzarle con un generalizzato e
mistificatorio “effetto reale”. Jean Baudrillard è morto e non ci resta che
cercare nel suo Libro, questa specie di opera unica che da anni andava
scrivendo, le tracce di un genio che talvolta sembrava disgustato persino da se
stesso, costretto com’era a recensire una cronica mancanza di eventi che
nemmeno l’11 settembre – diceva lui – era riuscito a scuotere dal suo torpore
ripetitivo. Si poteva essere o non essere d’accordo con l’autore de lo “Scambio
impossibile”, con il teorico dello “sciopero degli eventi”, con il
demistificatore dell’ “inganno dell’arte” – uno dei pochi che senza tentennare
avessero denunciato la perfetta equazione tra l’insignificanza del mondo e
quella di un’arte contemporanea che aveva smesso di rappresentare rispetto ad
esso un’altra scena – ci si poteva scandalizzare, al limite indignare per il
suo immoralismo nietzschiano applicato a fenomeni quali il terrorismo – ma il
suo pensiero non lo si poteva mai ignorare, perché Jean Baudrillard, maestro
della diffidenza, ci risvegliava. Con i suoi scritti, anche se li si criticava,
si contraevano debiti di rivelazione che non si sarebbero mai potuti risarcire:
cercando di distaccarsi da lui, si ricadeva in lui. I suoi corto-circuiti, i
suoi paradossi (La guerra del Golfo non c’è mai stata!) erano il contrappunto
di un’epoca che nella sua ostentata trasparenza mediatica e morale, e sotto il
segno della democrazia, nascondeva il “delitto perfetto” al quale la realtà
stava per essere sacrificata, l’avvento di una “seconda biosfera” in cui l’
opaca intrattabilità del mondo stava per essere rimpiazzata dalla duttilità
performativa dei suoi cloni telematici o biologici. Un mondo senza più distanze
era un mondo senza più racconto e senza più avventura, il mondo cool
dell’assoluta presentificazione di ogni evento nella sua simulazione – un mondo
al contempo senza più artisti e senza più testimoni: “Tempi felici quelli in
cui il simulacro era ancora quel che era, un gioco ai confini del reale e della
sua sparizione…Oggi, questa fase eroica è tramontata. Il Virtuale, la Realtà
Virtuale, inaugura il crepuscolo del segno della rappresentazione. E la cosa
investe tutto l’universo del numerico, del digitale, dove la bonarietà 0/1
lascia sussistere soltanto un universo operazionale della cifra…Calcolo
integrale, circuiti integrati. La distanza sfuma. Quella, esterna, del mondo
reale e quella, interna, propria del segno”. (“Il Patto di lucidità o
l’intelligenza del Male”, Raffaello Cortina Editore). Tempi felici quelli in
cui, affacciato sulla linea del crepuscolo, Jean Baudrillard, classe 1929,
ancora scriveva, cercando di strappare dei frammenti, degli “aforismi”, al
flusso di un divenire che – come un pensatore presocratico – lo incantava,
spingendolo ad accettare tutto della vita, persino l’ombra, sempre
contemporanea, della morte. “In ogni modo, siamo già stati tutti morti prima di
vivere,e ne siamo usciti vivi. Morti lo siamo stati prima, e lo saremo dopo. Ci
facciamo un mucchio di domande sul tempo del dopo morte, e paradossalmente
nessuna sul tempo di prima della nascita.” In ogni modo, avremmo preferito che
il pensiero di Jean Baudrillard continuasse, ancora per un poco, a
risvegliarci.
© Atillio Scarpellini and
Lettera 22
Endnote